Arte e antiquariato: come investire con successo, diversificando il patrimonio in beni rifugio

 

Confidando di far cosa gradita, pubblichiamo di seguito alcuni estratti da articoli di Cristiana Aspesi Curti che, negli scorsi anni, ha dedicato con successo le Sue competenze professionali ai nostri clienti.

Cristiana Aspesi Curti: laureata in numismatica greca a Venezia, collaboratrice di case d’Asta e giornalista sui temi di arte, arti decorative, collezionismo e mercato. Perito d’arte moderna, archeologia e antiquariato presso la Camera di Commercio di Venezia. Collaboratrice di www.mercatiefuturo.com curato da Mario Galli e www.arslife.com, diretto da Paolo Manazza (editorialista del Corriere della Sera ed esperto di mercato dell’arte).

 Perché investire in arte? (gennaio 2012)

Perché dall’origine della borghesia moderna, ma ancora più a partire dalla seconda metà del XX secolo, l’acquisto di opere d’arte ha sempre costituito la partecipazione alla vita e alla cultura del proprio Paese oltre che un eccellente modo di tutelare i propri risparmi. Il vero collezionista è tanto attento alla qualità che al denaro impiegato nell’acquisto e difficilmente (a meno che un’opera non sia indispensabile per la completezza delle direttive del gruppo già in proprio possesso, il che vuol dire che comunque il suo valore crescerà se posta all’interno della collezione e – di conseguenza – accrescerà anche il valore di quest’ultima) farà il passo più lungo della gamba. Oltre a ciò, e in special modo conl’incredibile sviluppo del mercato dell’arte negli ultimi trent’anni, il comparto si delinea come un’ottima opportunità di garantire almeno un settore del proprio portafoglio con items che, se opportunamente scelti all’interno del proprio range di valore, difficilmente ne perderanno con il tempo. Tutto sta però – e solo – nella scelta opportuna, che deve essere rigorosamente di qualità.

A chi è rivolto questo tipo di investimento?

A chi è disposto a imparare per avere soddisfazione, a chi non si attende – tuttavia – risultati eclatanti nell’arco di un paio d’anni. Come non accade in altri comparti finanziari, è il nome del collezionista/investitore (o del gruppo di collezionisti) che spesso costruisce il mercato di un artista. Bisogna quindi avere estrema pazienza e non pensare a ricavi cospicui prima di 5-10 anni dall’acquisto di un’opera.

E’ necessario un capitale minimo o conoscenze specifiche?

Può bastare davvero un capitale minimo per iniziare col piede giusto. E’ di tre giorni fa la mia segnalazione di un’opera davvero importante dell’artista Nucleare Franco Bemporad (1926-1989) che in un’asta presso la Meeting Art di Vercelli è stata battuta dall’intelligente acquirente per soli 3.000 euro (oltre i diritti d’asta). E’ un’opera di notevole valore culturale oltre che di elevati contenuti storico-artistici (fa parte di un gruppo di capolavori “milanesi” degli anni ’70) che sicuramente potrà essere rivenduta a una cifra superiore a quella dell’acquisto.
Vengo alla seconda parte della domanda: è necessario se non avere una certa conoscenza, almeno avere ottimi consulenti, altrimenti il rischio di comprare a casaccio (e perderci) secondo voci di corridoio che promettono l’affare del secolo è elevato. Fra l’altro, gli “affaroni” miracolistici non esistono in arte (mai!), ci sono però – e senza alcun dubbio – molte possibilità di ben comprare e ben investire.

Qual è il modo più semplice e sicuro di accedere al mercato?

Assolutamente seguire le aste nazionali e internazionali, uniche deputate a ufficializzare i valori degli artisti (più che – o non soltanto – le gallerie). E’ solo dopo il secondo passaggio di mano che un‘opera consolida e rende stabile il proprio valore. Ciò non vuol dire che non si deve “girare per gallerie”, anzi è in assoluto questione determinante per sviluppare e raffinare il proprio interesse e il proprio fiuto. Ma senz’altro le battute d’asta danno il polso della situazione in tempo reale.


Vi sono commissioni fisse in caso di compra-vendita?

Le modalità di acquisizione o alienazione di un’opera d’arte sono molteplici. In asta si pagherà sia per la vendita che per l’acquisto un diritto da riconoscere alla casa d’intermediazione (oltre spesso a qualche ulteriore spesa per costi diversi: IVA o tasse varie per beni soggetti ad esse, trasporto, immagazzinamento in attesa di ritiro del bene, contributi per riproduzioni fotografiche in catalogo, ecc.). In genere i diritti d’asta, calcolati sul prezzo di aggiudicazione in sala, vanno dal 18 al 25% per gli acquirenti e intorno al 15% per i venditori; dipende dalle condizioni di vendita dettate dalle case d’incanto. Oltre a ciò da alcuni anni è obbligatorio versare un corrispettivo ulteriore pari al 4% (sino allo 0,25% a seconda del valore dell’aggiudicazione) dell’ultima battuta di martelletto quale “diritto di seguito”, ovvero una percentuale riconosciuta all’autore dell’opera a ogni vendita successiva la prima; il diritto di seguito non può comunque superare la cifra di 12.500,00 euro complessivamente e non si esercita se non nel mercato delle arti visive “a firma”.
Per quanto riguarda le transazioni private o in galleria, le percentuali dovute all’intermediatore/mercante sono meno granitiche e dipendono dagli accordi fra i contraenti. Molto spesso, in realtà, gli acquirenti e i venditori non ne sono neppure a conoscenza.
L’acquisto in galleria è più entusiasmante in particolare per l’arte visiva moderna e contemporanea dato che si ha prima di chiunque altro l’opportunità di entrare in possesso di un’opera (spesso migliore di quelle in “transito” sul mercato degli scambi successivi) e, se saggiamente condotto l’acquisto, di incidere direttamente sulla fortuna complessiva dell’artista.

 

Com’è possibile monitorare l’andamento del proprio investimento?

Seguendo il mercato del tal autore o del tal oggetto d’arte (ad es. bureaux trumeaux piemontesi del XVIII secolo, vetri di Carlo Scarpa o Fulvio Bianconi…) nelle aste pubbliche e quando possibile anche in galleria. L’asta pubblica è sempre più agevole in quanto l’informazione è facilmente reperibile in internet (e rimane traccia sia delle stime che delle aggiudicazioni). Nel contempo è bene avere un’idea del “genere” merceologico (ad es. i mobili piemontesi del XVIII secolo o i vetri muranesi del ‘900) e del suo andamento sul mercato. Ma le conclusioni sono sempre sul lungo periodo e un’asta sola non fa mai storia anche se è sempre indicativa.

Tempi e modi per il disinvestimento?

Come dissi già, i tempi adeguati sono quelli per cui il bene è stato “sedimentato” dal mercato. Comprare e rivendere subito in arte non è indizio di particolare bontà della “merce”, anzi suscita una certa diffidenza per il bene oggetto di transazione. Tanto più che, se è facile comprare in fretta e sull’onda dell’entusiasmo, molto più difficile è vendere con altrettanta velocità. Lo stazionamento all’interno di una collezione a volte aumenta il valore dell’opera e permette anche un più consistente consolidamento del prezzo di acquisto. Bisogna pensare che quando si compra o si vende un’opera d’arte (in asta o presso un mercante, non posso inserire in questo discorso la trattativa diretta fra collezionisti che presume una conoscenza molto approfondita del settore) si è soggetti al pagamento di una intermediazione (per cui ved. sopra). Raramente, se si intende rivendere a giugno un bene comprato, ad esempio, il gennaio precedente non si sconterà anche questo “pedaggio”, benché del tutto naturale e fisiologico. Almeno tre, assai meglio cinque, anni sono necessari per ottenere un ricavo soddisfacente da un’opera ben acquistata. A patto che sia stata ben acquistata.

Qual è l’orizzonte temporale, il rendimento medio e il grado di rischio per questo tipo di investimento?

Se si pensa di investire in arte, bisogna guardare al medio-lungo periodo a seconda del campo d’azione (sarà più agevole e veloce lo scambio di monete del bacino del Mediterraneo preclassico rispetto a quello di tappeti Nain o di tele del vedutismo veneziano del ‘600, benché a tutto si può ovviare conoscendo le piazze di riferimento). Il rendimento poi è commisurato all’andamento di quello specifico item all’interno del mercato. Ad esempio: l’arte contemporanea internazionale ha ricevuto negli ultimi quattro lustri un impulso eccezionale dovuto al fenomeno di pubblicizzazione globale del comparto (quant’altri mai) e alla sua assunzione a status symbol del III millennio; non è stato raro, per alcuni artisti ancora oggi relativamente giovani, un incremento straordinario di valore nell’arco di una decina d’anni. Ma il mercato di “fascia alta” è dettato da pochi nomi universalmente noti e da gallerie dall’enorme potere economico e finanziario e l’acquisto (dopo la “scoperta”) presso queste gallerie, se pur rappresenti una buona garanzia, raramente è a buon mercato. E, per alcuni, è il vero fattore di rischio nel mercato dell’arte.
Per un collezionismo (e investimenti) non necessariamente da riflettori, c’è una maggiore soddisfazione nella continuità dell’azione di analisi e approfondimento di un determinato settore e nel consolidamento del valore del proprio bene. Facendo attenzione, il ricavo, come ho detto sul medio-lungo periodo, può essere superiore alle due cifre d’incremento in percentuale. Talvolta, e con maggior tempo a disposizione, anche più della prima decina.
Ma una cosa mi sento di dire con chiarezza. Ci si arricchisce con la vendita e l’acquisto di opere d’arte solo se si è mercanti. Se si è collezionisti o investitori tout court ci si deve accontentare di ciò che un acquisto oculato può permettere, il che può avvenire solo se la qualità del bene sia riconosciuta.
Il rischio esiste solo per chi acquista senza conoscere ciò che sta acquistando e, se non è in grado di conoscere, qualora non abbia un fidato consulente con cui costruire un piano complessivo d’azione intelligente e sensato. Se non si conosce il campo dell’investimento (in un modo o nell’altro) è meglio desistere. Ma questo consiglio ritengo valga (anzi credo sia la base per operare scambi) in qualsiasi comparto finanziario e per qualsiasi settore d’investimento.


Esiste l’equivalente di quello che per le macchine è “Quattroruote” o per i diamanti il “Rapaport” per il mercato dell’arte?

Il trend di una “firma” o di un settore delle arti decorative è dato esclusivamente dalle aggiudicazioni in asta. Altri parametri non vengono presi in considerazione ufficialmente. Questo è quindi già un elemento di giudizio che non lascia adito a interpretazioni arbitrarie, anche se va sempre ulteriormente analizzato.
Non esiste, tuttavia, un rapporto annuale delle aggiudicazioni (che determinano l’andamento di un item sul mercato) così omnicomprensivo. Il mercato dell’arte è costituito da una generosa molteplicità di fattori che dipendono non solo dagli ambiti di ricerca (ad esempio, l’arte del XX secolo) ma anche dal sito di crescita del mercato stesso (ad esempio, l’arte inglese del XX secolo).
Ci sono però alcuni noti siti internazionali di analisi dei risultati d’asta che possono essere utili per verificare almeno parzialmente l’andamento del “borsino dell’arte”. Uno dei più accreditati è il Mei Moses Art Index (che analizza il mercato europeo e cinese), ma esistono anche altri strumenti utili per un controllo fai-da-te, comeArtprice o Artvalue dove è possibile seguire (gratis o a pagamento a seconda della complessità del servizio richiesto) un proprio artista del cuore. Ma sono solo i primi che mi vengono in mente, la scelta in questo senso è piuttosto vasta e abbastanza di livello.

 

UN NUOVO MERCATO DELL’ARTE ?  (gennaio 2012)

Ho tentennato nell’approntare l’incipit di questa nuova rubrica per il blog “Mercati e Futuro” curato dall’amico Mario Galli, che mi onora con una richiesta auspicabilmente foriera di nuove opportunità per tutti. Esiste nei fatti una crescente difficoltà per chi, come me, si occupa – da collezionista, osservatrice-analista e consulente – di mercato dell’arte da diverso tempo e si cimenta nel tentativo di spiegare con semplicità le caratteristiche salienti di questo singolare comparto.

Cercherò di non soffermarmi oltremodo intorno a ciò che tutti invece notano come il fenomeno primario di questo settore: quello dei records eclatanti e apparentemente fuori di senso e misura che infiorettano le cronache e solleticano la pruderie delle anime belle. Anch’essi hanno le loro motivatissime giustificazioni che, se correttamente considerate, fanno comprendere come un oggetto d’arte possa divenire un bene di scambio per eccellenza, anzi per antonomasia, a patto di spogliarsi della sua artisticità “fenomenica”, sublimata in un’essenza più intrinseca di “bene di lusso”, inteso come ciò che – data la sua rarità – è di talmente difficile quantificazione da costringere, mediante continui tentativi, a trovare un limite che poi si tenderà ancora a superare.

Per chi non è aduso alla frequentazione del settore “merceologico” dell’arte, ma conosce le regole del mercato finanziario e borsistico, il mio approccio poco ortodosso parrà forse un azzardo. Ma a me pare sia l’unico possibile per chi, senza particolari apparati informativi pregressi e consulenze d’altissimo cabotaggio (che di sicuro diluiscono la possibilità di “errore” ma di certo diluiscono anche la personalità e l’autonomia operativa del compratore), voglia intraprendere una strada che porterà spesso a dimenticare se stessa, in virtù di una crescente passione che potrebbe, se priva di regole, prevaricare il senso dell’opportunità.

Ma, per questo motivo, e contrariamente a come si dovrebbe affrontare ogni altro comparto che si occupi di investimenti, è proprio questa la dimensione giusta per accostarsi al mercato dell’arte. Ed è anche questa capacità di commisurare passione e cultura con intelligenza e sagacia che permette (senza “particolari apparati informativi pregressi”…) di inquadrare le temporanee perplessità all’interno di un panorama di più ampio spettro, in una prospettiva che apre a scenari d’azione (quasi) sempre imprevedibili.

Se coloro che sono abituati al forex e allo scambio ardito sui listini di borsa di mezzo mondo agiscono secondo diagrammi in evoluzione pressoché lineare anche se discontinua, coloro che acquistano arte seguono piuttosto una corsa spezzata con scarti laterali e retrocessioni, per cui non esiste un vero e proprio traguardo (perché è un tragitto che si arricchisce e diventa più complesso durante il percorso) e, men che meno, un risultato immediatamente percepibile.

Questa caracollata anomala è più simile al procedere del gioco del domino. Non c’è dubbio, fra l’altro, e sarebbe un terribile errore (questo sì) ritenere il contrario, che questa caracollata che coinvolge il nostro portafoglio non sia di carattere squisitamente (quanto solidamente) “difensivo”. Potremo dire, rimanendo nelle metafore suggestive, che trattasi di un percorso “indiano” che spiazza il nemico inseguitore attraverso efficaci e risolutivi depistaggi.

Complice l’aumentata complessità degli strumenti d’investimento e il velocemente mutato quadro socio-politico globale, si tende sempre più a raffrontare il mercato dell’arte con quello finanziario e a cercare di leggerne in entrambi le assonanze o le parziali adesioni, in un parallelismo che a me, in realtà, pare solo di facciata.

E se è vero che – astrattamente – in momenti di crisi ci si affanna alla ricerca di “beni rifugio” che possano differenziare e tutelare il nostro portafoglio, il mercato dell’arte (da sempre considerato appannaggio di una borghesia ricca e prudente oggi in progressiva dismissione) è quanto di meno assimilabile con il mero trasferimento di “quote di materia finanziaria” (valuta, titoli, ecc.) da una tasca all’altra. Non c’è niente di più indipendente (crisi epocale o floridume sociale) nei suoi scarti indicativi dell’analisi delle quotazioni di Fontana o del Borgognone.

L’aumento di enormi masse di liquidità, sbloccate anni fa con il crollo dei Paesi del blocco sovietico e in seguito, tutto sommato a breve ruota, dai cosiddetti “mercati emergenti” d’India e Cina, ha certo determinato, nel volgere del millennio, il moltiplicarsi frenetico dei risultati strabilianti per lotti che prendevano la strada di paesaggi diversi dalle roride campagne inglesi, dai raffinati penthouses newyorkesi o dagli ubertosi palmizii degli Emirates.

Ed è altresì vero che la crisi globale ha portato ad affinare gli strumenti, a scremare le fasce intermedie di acquisto (quelle dove oggi è, invece, più semplice avere ottimi risultati, se si ha la pazienza e la volontà di cercare) sempre più indebolite da una effettiva crisi di offerta (è assai più difficile trovare opere interessanti da proporre che, trovate, venderle) dovuta al timore di un innegabile deprezzamento delle opere minori di qualsiasi settore si tratti, dall’antiquariato, all’arte antica, alla fotografia, all’arte moderna e contemporanea soprattutto, quella ancora non storicizzata e non provvista di pedigreesistituzionali sufficienti a metterla al riparo dalle avversità della critica militante.

I diversi reports relativi al 2011 in merito alle quotazioni e agli scambi del mercato artistico mondiale raccontano tutti, senza eccezioni, di un progressivo dissolvimento di questa cosiddetta fascia media di transazioni, quella che per decenni ha costituito la base su cui il mercato intero si è costruito solidamente.

Si favoleggia solo dei top-lots e di come, “malgrado la crisi”, il trend al rialzo dei nomi più noti sia costante, i records sempre pronti a superare se stessi, le nuove (anche se ormai nuove non sono più) piazze di Cina, India, Russia a stupire con il volume impressionante degli scambi, tanto che le maggiori case d’Asta come Christie’s e Sotheby’s puntano velocemente verso questi ricchi lidi anche promuovendo lo sviluppo dell’arte locale, nel contempo alleggerendo di pesanti e costosi apparati di servizio la rete commerciale della vecchia Europa.

Le nuove sedi, in particolare cinesi e in particolare sulla piazza già storica e rodata di Hong Kong (nella Repubblica Popolare propriamente detta non sono ancora in vigore licenze di vendita d’arte nazionale da parte di Società straniere), sono lussuose quanto mai in madrepatria furono: acquartierate in palazzi sontuosi, spesso allestiti all’occorrenza per speciali evenienze, sono provviste di decine di addetti, titolatissimi esperti, tutti indigeni e con pochissimi tutorsoccidentali, e molteplici servizi dedicati al facoltoso cliente. I risultati non si sono fatti attendere. In una manciata di aste, solo l’autunno passato, Sotheby’s e Christie’s hanno totalizzato oltre 858 milioni di dollari, ma sono state raggiunte e superate dalle già agguerrite case d’asta cinesi(di cui le maggiori sono Poly Auction House, A&F, Guardian e Council, tutte ubicate nella capitale) che con un fatturato complessivo sul territorio di oltre un miliardo e mezzo di dollari determinano un indotto “territoriale” per il mercato dell’arte di ca. 2,4 miliardi di dollari, ovvero ben più del giro d’affari globale di Christie’s nel 2009, anno – per la verità – non proprio “caldissimo” per le case d’asta occidentali.

Del resto, già dal 2009, ben nove delle venti maggiori case d’asta mondiali sono cinesi e, di queste, quattro (alcuni osservatori dicono anche di più: le notizie dei bilanci delle Società, tutte a partecipazione statale, non sono del tutto trasparenti) sono fra le prime dieci.

Per quanto riguarda poi il singolo risultato eclatante, nel 2011 i top-sellers mondiali del mercato dell’arte visiva hanno perso la pole-position, per anni saldamente occupata da Picasso e Warhol, per cedere il passo agli artisti cinesi “padri” della scoppiettante arte contemporanea nazionale. Nomi a noi del tutto sconosciuti come Xu Beihong, artista della prima metà del XX secolo, facitore di suggestivi acquerelli che ricalcano gli stilemi dell’arte tradizionale Zen risolta modernamente con l’adozione della prospettiva occidentale e di maestosi oli di argomento epicamente rivoluzionario, strappano quotazioni fino a pochissimi anni fa impensabili (anche se, in realtà, prevedibili per l’attenzione maniacale e ossessiva per la quale il collezionismo d’arte cinese aveva sviluppato un mercato “interno” sin dagli anni ’60-‘70 del secolo scorso): una sua sognante gouache a inchiostri del 1951 ha raggiunto lo scorso dicembre la cifra di 42 milioni di dollari. E un importante dipinto del quasi coevo Qi Baishi, Long Life, Peaceful World, a maggio 2011 ha fermato il martelletto a 65,5 milioni di dollari, ciò che rappresenta il record annuale in asta per oggetti d’arte cinese. Del resto, questo per noi sconosciuto artista era ammirato dallo stesso Picasso, che lo considerava il maggior pittore asiatico del XX secolo.

 

Definitivamente, nel 2011, l’arte cinese (antica, moderna e contemporanea) supera, per volume d’affari e risultati superiori alle stime, quella di qualsiasi altro Paese occidentale. E ciò proprio allorquando, per la prima volta dopo anni di corsa spensierata, il PIL della Cina segna il passo attestandosi in una percentuale inferiore alle due cifre, benché certo ancora sostenuta.

I collezionisti d’arte cinese, tuttavia, non acquistano soltanto nelle piazze asiatiche, ma sono pronti a saccheggiare (letteralmente) le occasioni sempre più frequenti che il mercato europeo e statunitense ha subito approntato al cambiar di bandiera.

Persino a Milano, le raffinate giade d’Oriente riescono a salvare, nell’ottobre 2010, un’asta di Old Masters da Sotheby’s altrimenti disastrosa per come la sorte si era dichiarata avversa (ai venditori). Era in dispersione la nota collezione Alemagna di arte antica, che annoverava nomi come Guardi, Tiepolo, Zais, Zuccarelli, Solimena e molti altri. I lotti più notevoli, due magnifici Canaletto, provenienti dall’inglese raccolta Spencer, venivano dal solerte funzionario statale arbitrariamente accoppiati (non “nascevano” in ensemble), notificati in corso d’esposizione e rimanevano così invenduti. E mentre lo spettro della pre-notifica (ingiusta scure delle Soprintendenze che si abbatte in corso di una lecita vendita, qui sciabolata subito prima dell’aggiudicazione sul Guardi, rimasto anch’esso inesitato) si aggirava terrifica per altri nomi importanti dell’incanto, la collezione di giade cinesi della nota famiglia milanese dei panettoni risolleva letteralmente la situazione con il 100% di venduto e la quasi decuplicazione delle stime. Record: una guanyin (divinità della tolleranza e della compassione) in giadeite che il “mastro cerimoniere” Philippe Delalande aveva sin troppo cautamente stimato 4./6.000 euro e che, fra lo sbigottimento generale della sala, aveva raggiunto la bella cifra di 366.750 euro compresi i diritti.

Nel contempo, proprio nel 2011 le maggiori case d’asta riducono all’osso i comparti di vendita in Europa e in Italia. A Milano, Sotheby’s chiude i dipartimenti di antiquariato e arte antica e lascia solo quelli di arte moderna e contemporanea. Finarte, storica casa d’incanto italiana della ricca e colta borghesia prima milanese e poi nazionale, non resiste al mutare dei tempi che impongono strutture agili e sempre più ricorso al web (a cui rimane incomprensibilmente ostile per tutto il corso della non brillante gestione Corbelli) e affonda la sua storia gloriosa dopo un’agonia penosissima. A Venezia, la casa d’aste San Marco (capitanata da Marco Semenzato, dell’omonima casa d’incanti già chiusa anni prima) finisce  alla fine del 2010 la sua corsa nei lacciuoli del fallimento, con un “bel” buco di quindici milioni di euro e trecento creditori alle porte.

Ma è solo, per l’Italia, un fenomeno evolutivo da osservare con attenzione per vederne i contorni differenti dalle considerazioni di superficie tendenti al facile (e per alcuni assai proficuo) catastrofismo.

Mentre si riconvertono le grandi industrie dell’arte (anche aumentando il volume delleprivate sales, delle vendite a trattativa privata, particolarmente adeguate per il compratore d’Occidente, ora più attento alle occasioni e agli invenduti e spesso poco incline all’eccessiva esposizione mediatica) con un riverbero che travolge anche molte gallerie occidentali, stremate dalla contingenza e, per l’Italia, da un coacervo di leggi che penalizza il mercato come non accade in alcun altro Paese al mondo, altre realtà meno appariscenti ma altrettanto appetibili per il compratore cominciano già a raccogliere i primi frutti di un lavoro serio, capillare e poco propenso a prestare orecchio all’ hic et nunc cui le “sorelle maggiori” devono giocoforza sottostare.

In Italia emergono finalmente nel corso del 2011 le realtà commerciali che più si sono fatte valere negli anni precedenti con mezzi agili e semplici, con apparati poco dispendiosi e una capillare conoscenza del territorio e del nostro straordinario “bacino di opzioni”: la ricca e importante dimensione qualitativa dell’arte e dell’antiquariato delle nostre Regioni, dopo un periodo di tranquillità forzata, fa nuovamente capolino con insistenza e motivati meriti.

Valga qui ricordare che, dopo quello francese (alcuni direbbero “prima”), ilmobilier più raffinato e prezioso al mondo è senz’altro appannaggio del vastopuzzle delle realtà locali italiane. Se nel XVIII secolo Parigi aveva i suoi menuisiers(falegnami) ed ébénistes(ebanisti) rigorosamente assoldati (e tutelati) alla corte di Versailles, in Italia, Torino e il Piemonte, Milano e la Lombardia, Genova e la Liguria, Venezia con la sua amplissima ramificazione di scuole artistiche e artigiane che vanno da Brescia a Verona a Trento, ma anche Parma, Modena, Lucca, Napoli e Palermo, riflettevano la copiosa espressione delle nostre eccellenze e diffondevano il senso di un gusto estremo e senza rivali.

E così dicasi per l’arte antica e moderna, benché quest’ultima sia oggi succube dell’improvvido protezionismo invocato dal legislatore e dal burocrate a condanna del nostro straordinario ‘900. Con l’esercizio di notifica, vincolo o tutela (ex art. 1089/1939 e successive modifiche), lo Stato attraverso le Soprintendenze impone la necessità di un controllo diretto (e illimitato) a propria discrezione per opere di artisti importanti eseguite oltre cinquant’anni a far corso dal tempo presente(ossia, nel 2012, ante quem 1961) privandole di fatto della possibilità di passare di mano (vietata del tutto fuor di confine), ancorandola alla registrazione ufficiale della proprietà e a una serie di vincoli che ne sconsigliano vivamente il possesso a patto di poter subire senza contraccolpi certe imposizioni. Per tutti, l’obbligo di garantire, al momento della vendita, la prelazione all’acquisto da parte dello Stato, opzione che quasi mai si perfeziona e che, da sola, determina la riduzione drastica del numero degli acquirenti e, va da sé, del prezzo di vendita che si inabissa ben sotto le quote di mercato relative a quel soggetto artistico.

Esempio cardine di questa ingiustizia legalizzata è ancora quello fornito dalla storica vendita (1992) della Collezione Jucker di arte moderna (40 opere dei più grandi artisti europei e italiani del primo ‘900, notificate in blocco e quindi – per di più – inseparabili) al Comune di Milano dopo estenuanti trattative. Il prezzo stabilito fu di 47 miliardi da versarsi agli eredi in sette anni.

Valgano su tutte le banali considerazioni che a) la sola tela di Picasso, La Femme nue del 1907, aveva ricevuto un’offerta di molti miliardi di lire dalla Fondazione parigina dell’artista spagnolo, b) la Fondazione Guggenheim avrebbe rilevato l’intero gruppo partendo da una base due volte superiore alla cifra poi concessa dal Comune e c) oggi, a soli vent’anni di distanza, quei quaranta magnifici capolavori varrebbero oltre 200 milioni di euro secondo una stima non imprudente e aderente al mercato attuale.

Le nostre scellerate leggi contrarie alla circolazione delle opere d’arte di rilievo (anche non nazionali, se parte di una collezione organicamente concepita) hanno già cancellato dalle grandi aste (in particolare dalle Italian Sales organizzate da circa un paio di lustri da Sotheby’s e Christie’s a Londra due volte l’anno) i grandi nomi italiani del primo Novecento – che a fatica avevano ben seminato nel corso degli ultimi trenta anni, con mostre di caratura e lo sforzo titanico di pochi agguerriti musei e caparbi studiosi italiani – e presto arriveranno a comprimere quelli del secondo. Lo scenario è fosco, anche se è probabile una benefica inversione di rotta da parte del legislatore europeo che già richiede una maggiore tolleranza in merito alle italiche transazioni. Tuttavia, al momento, i danni già registrati sono notevoli.

Eppure, malgrado questi impervi ostacoli, la ricchezza dell’offerta appannaggio del genio italico vince anche queste riserve e permette di ben sperare per il futuro, perché, laddove la qualità è suprema, è possibile reperirne lacerti, anche sostanziosi, nel “piccolo”, ovvero in quella malcapitata fascia media che oggi sembra subire le avversità del periodo recessivo, ma che invece si prepara per una fase di giusta riscossa.

Questa è degnamente supportata da Società che hanno con il tempo guadagnato il palcoscenico nazionale e che certamente promuoveranno una certa ripresa degli scambi in genere, favorendo anche in parte la rivivificazione delle gallerie d’arte, da qualche anno a questa parte in ambasce progressive.

Mi riferisco alle ottime realtà delle case d’asta “locali” quali, fra le altre, il Babuino e l’Antonina a Roma; Blindarte a Napoli; Bolaffi e Sant’Agostino a Torino; Cambi, San Giorgio e Wannenes a Genova; Pananti e Pandolfini a Firenze; Farsetti a Prato, Milano e Cortina; Stadion a Trieste; Van Morenberg a Trento; Il Ponte, Poleschi, Pace, Porro Art Consulting (capitanata da Casimiro Porro con buona parte dell’ex staff Finarte pre-Corbelli), International Art Sale a Milano; Meeting Art a Vercelli (dal 2011 diventata la prima casa d’aste italiana per fatturato e volume d’affari).

Queste vivacissime e dinamiche società spesso si avvalgono di notevoli esperti e studiosi blasonati e trattano oggetti “consueti”, oltre all’arte figurativa, per il pubblico italiano provinciale (nel senso dell’eccellenza della provincia, non in quello deteriore dell’accezione): quali gli argenti, i tappeti, i mobili, le ceramiche, i vetri, le lacche, il design del Novecento, i memorabilia, i vini, ecc. ecc. Alcune sono specializzate in mercati solo apparentemente di nicchia ma che invece stanno muovendosi con estrema accortezza e solidi scambi, come il settore della fotografia e quello di gioielli e orologi.

A ben osservare, c’è una enorme possibilità di costruire collezioni di caratura per l’intelligenza degli investimenti e interessanti per l’intrinseco valore culturale in non molto tempo con la nostra arte di qualità, ma non ancora sotto i riflettori del mercato e delle sue bolle, avendo l’accortezza di ben scegliere e verificare con cura ogni opzione.

Ritengo che l’acquirente italiano che volesse tutelare una parte del proprio portafoglio in investimenti a basso rischio potrebbe essere invogliato (e ben diretto) all’acquisto di oggetti di antiquariato (oggi particolarmente pronto al buon affare, soprattutto se non in fascia altissima) e d’arte antica (la più prolifica di sorprese e garanzie) moderna e contemporanea (che subisce più di tutte la stanchezza di una eccessiva produzione senza la prova dell’incanto). Segnalo anche, in sempre maggior crescita e foriero di evidenti sviluppi positivi, il comparto dei preziosi e degli orologi per il quale però è necessaria una perizia certificata e la tutela di un suggeritore che deve essere al di sopra di ogni sospetto.

Il 2012 è anno di rivolgimenti epocali nella finanza e nell’industria. L’arte starà a guardare… ma non si lascerà facilmente dominare dai capricci dei subprimes e di coloro che li combattono. Diventerà sempre più una delle scelte privilegiate dagli investitori prudenti e procederà solo raramente in corse senza costrutto verso una probabile bolla che scoppierà, però, e forse, solo per determinati azzardi, già verosimilmente in bilico.

Come in pochi settori d’investimento, qui è d’obbligo la profonda meditazione su ciò che si sta facendo e la volontà di costruire, oltre che di spendere. Il risultato è di enorme soddisfazione – da sempre – per chi avrà saputo supportare, con i propri acquisti oculati, la nostra Arte, la nostra Cultura e la nostra Storia. Che, me lo si lasci dire, nessuna agenzia di rating – davvero – potrà mai declassare.

 

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI (luglio 2012)

Ovvero: la cultura riaccende l’appetito di conoscenza e di competizione, l’ignoranza deprime anche coloro che desidererebbero elevarsi

Nasce da un’amabile conversazione con veri appassionati della materia in un pomeriggio già afoso di giugno questo breve pezzo di introduzione alle “modalità di avvicinamento” all’oggetto d’arte da parte dell’utenza contemporanea. Un’utenza che da una trentina d’anni a questa parte ha dimenticato le radici della nostra tradizione artistico-antiquariale, complice senza dubbio il mutato costume d’arredo dei nostri appartamenti (e non in virtù di minor disponibilità finanziaria, anzi) che predilige il divanone raso-terra-strappa-gambe (peraltro, costosissimo) della nota Azienda di design lombardo al salottino barocchetto che forse non predispone alle interminabili serate davanti alla tv, ma favorisce invece la conversazione fra amici, checché se ne pensi. E, comunque, anche il sofà della nonna o le poltroncione orecchiute fine Ottocento oggi si ricordano con grande affetto, soprattutto nella zona lombo-sacrale delle nostre martoriate, ma modernissime, schiene.

Fuori dallo scherzo (che purtroppo, scherzo non è, perché presume il colpevole abbandono di una tradizione culturale, ricca o meno abbiente, borghese o contadina, che dava al mastro d’ascia, al decoratore e al tappezziere la palma di un’inventiva che il tempo e la nostra stoltezza hanno quasi del tutto cancellato), l’abbandono progressivo del concetto di casa borghese come tempio del (buon) gusto costituito di oggetti e di arredi che oggi cozzano contro una nudità estetica opprimente e un minimalismo che piace solo a chi non ha alcuna cultura di décor(per la quale spesso ci si trova a pagare un anonimo consigliori che tenti di colmare lacune ormai incolmabili), tale abbandono – dicevo, perdendomi nelle mie mille ipotattiche – ha trascinato seco un vuoto di sapere (di sapienza) che era invece tipico dell’Italiano medio, anche del più modesto, il quale, favorito dagli Dei e dalla sua Storia culturale ricca e straordinariamente feconda, ha sviluppato nei secoli – anzi nei millenni – un sapere che abbiamo disperso in un giro di generazione.

E così, a Murano, chiudono le Vetrerie storiche, ormai del tutto abbandonate o tralocate in terra ferma (e vendute alla consueta multinazionale del lusso), anche perché le straordinarie sabbie che caratterizzavano la più grandiosa, raffinata e pura produzione di vetro al mondo sono state dissennatamente consumate con lo sfruttamento industriale a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo. Si perdono i saperi, le capacità, i segreti che non avremo mai più e non saranno più parte della nostra storia artistica, così come delle vetrine nei centri agghindati delle nostre ancora ricche città.

Si chiudono nel disonore le Aziende storiche che nel ‘700 costruirono nel mondo la nostra fama di innovatori anche nelle tecnologie e nelle manifatture (oltre che nell’arte) della ceramica e della porcellana, per cui, ad esempio, in quel di Sesto Fiorentino, il marchio, che ogni famiglia desiderava per arredare le proprie mense e per rivestire le proprie sale da bagno, le cucine e a volte anche i muri esterni dei propri stabili, sta morendo d’incuria e speculazione, tanto che le pregiate porcellane e terraglie, prodotte solo in terra italiana con procedure che ancora oggi (oggi!) sono all’avanguardia, hanno perso il loro lucore imbastardendo le polveri e le miscele con terre di Romania e d’Indonesia. Per non parlare delle “nuove” maestranze, che sono solo la pallida ombra (senza colpa per nessuno dei poveri interessati attirati da un guadagno che per noi sarebbe inaccettabile, ma in quelle terre lauto) delle nostre coltissime esperte di forni, di plastica, disegno e decoro, progetto…

Tutto ciò mentre nelle aste italiane e straniere pezzi di paradisiaca fattura veneta o toscana vengono battuti – fra gli innumerevoli falsi in circolazione – a cifre iperboliche (e destinate a costante crescita), già specchio tristissimo di un’arte perduta per sempre e non più viva nel ricordo dei più, ma solo in quello dei pochi estimatori.

Cosa ci è accaduto? Cosa abbiamo fatto per abbandonare in poco tempo la consuetudine con la consapevolezza di ciò che ci caratterizzava come la più importante “manifattura artistica” al mondo nel settore di lacche, mobilio, argenti, vetri, ceramiche, lavorazione dei coralli, tessuti e quant’altro possa essere annoverato nell’immenso catalogo delle arti decorative per cui eravamo indiscussi primi e oggi non siamo più nessuno, fatto salvo per l’idea di un design che dopo i primi vent’anni di clamore (a seguito di un periodo postbellico di vera, ottima progettualità) sta già appannando la propria immagine?

Dietro a quale miraggio di modernità insulsa da imbottiti in materiale sintetico e stoffa da quattro soldi fatta passare per alta tappezzeria (e fatta pagare di conseguenza) ci siamo inlabirintiti per dissipare secoli di sapienza che era – a vari livelli – distribuita in ogni casa?

Questa lamentatio non è fine a se stessa. E’ piuttosto solo il prodromo per tentare di dare spiegazione del nostro odierno comportamento di fronte all’acquisto di un oggetto d’antiquariato, aldilà di ogni considerazione sulle leggi italiane che lo definiscono come “indicatore di patrimonio” (il che sarebbe ben vero, se non che ciò nasconde quella presunzione di colpevolezza che bisogna temere solo perché si continua a coltivare un sano desiderio e una sana passione per le cose belle e “nostre” – o anche altrui, il che fa lo stesso -).

Come ci si avvicina all’oggetto d’arte, calcando le passatoie delle fiere di settore, entrando con reverenza nel negozio dell’antiquario fidato (ma questa fiducia da chi proviene, dall’amico che, come noi, poco conosce)? Qual è lo spirito con cui ci apprestiamo pur tuttavia a ritenere che quella bellissima coppia di vasi di Sévres sarebbe perfetto arredo di compimento per un caminetto dalle linee architettonicamente attualissime ma troppo algide? O che quel bronzetto padovano del ‘500 si presterebbe perfettamente a impreziosire la nostra noiosissima scrivania-linee-pure?

Con una deferenza che ostenta ignoranza come fosse un’arma, una deferenza che dovremmo iniziare a perdere, paradossalmente proprio nel rispetto di ciò che desideriamo e della nostra Storia, oltre che del nostro portafogli.

Difatti, questa fu proprio l’obiezione da cui scaturì questa conversazione – che, come tale, si mantiene, alla faccia dei modi consoni alla scrittura sul web. Se il pubblico rimane ignorante, il mercante prospera. E invece, al contrario, non c’è aria più magra di questa che oggi respiriamo: allorquando senza pubblico e collezionisti e conoscitori e amanti della tradizione delle arti decorative, il mercato “buono” langue, gli scambi muoiono e i falsi impazzano nelle mani dei truffatori, che sono moltiplicati tanto quanto gli esperti veri hanno deposto le armi, privati della prima gioia dello scambio dell’opera d’arte (pur con profitto, ci mancherebbe, ma – in genere – garantito per entrambi i contraenti).

Perché mai dovrei oggi vendere la mia magnifica ribalta a urna lombarda per una cifra che mai più me ne farebbe ritrovare una simile (si consideri comunque, oltre alla rarità degli scambi, la forbice fra l’acquisto e la vendita di uno stesso oggetto d’arte)? Piuttosto, se posso, me la tengo stretta e ben sepolta in casa e cerco anche di non farne troppa pubblicità nel timore che mi si ascriva un benessere che dovrò poi quantificare in altra sede, come se il mio antico e nobile contenitore, prodotto di inarrivata ebanisteria, possa essere considerato – mi perdoni il caro amico Mario che mi ospita – un pacchetto obbligazionario come un altro o una vettura di lusso.

Il mercato dell’antiquariato, che in altri Paesi d’Europa e d’Occidente, per non parlare dell’Oriente, ha solo e se mai avuto una lievissima flessione se non addirittura un incremento nei numeri relativi e generali, da noi è praticamente defunto, ammorbato dal disinteresse delle generazioni “minimaliste” prima e dall’ignoranza colpevole poi. Nel frattempo, per i pochi che ancora venivano attratti dall’oggetto antico, floribundavano i truffatori e i compositori di falsiexpertises tali per cui quel modesto quadretto di genere ottocentesco diventava “sicuramente” di mano di un Fattori alle prime armi o un Gignous alle ultime.

La prima regola sia: si compri quel che si conosce e non si sarà mai truffati neanche mediante quei mezzi raggiri degli oggetti ricomposti con elementi moderni (che raggiri potrebbero non essere, se denunciati e di prezzo compatibile con il bene in vendita, il che è legittima operazione).

La seconda: si provi a confrontare l’oggetto dei propri desideri con uno di fattura e provenienza omologa passato di mano all’incanto attraverso la consultazione anche su internet del vastissimo materiale pertinente nelle aste pubbliche che chiunque è in grado di reperire con un poco di pazienza. E’ bene ricordare che – per il mercato da sottobosco clandestino dell’arte, qual è il nostro, anche per colpa di leggi inique e cieche e soltanto italiche – gli unici valori ufficialmente accreditati non sono quelli dei mercanti ma quelli degli auctioneers. Se il valore dell’aggiudicazione è compatibile (difficilmente sarà equivalente, il più delle volte l’incanto offre occasioni migliori per l’acquirente d’arte, ma bisogna conoscere bene l’item per cui si spasima) con il prezzo proposto dall’antiquario, l’acquisto merita di essere considerato, ma si dovrà fare ancora attenzione ai particolari che sono fondamentali nella valutazione di un pezzo d’antiquariato.

Sono obbligata a fare un esempio concreto di non più di una decina di anni fa, proveniente dalla mia esperienza lavorativa, che illustra un comportamento purtroppo non infrequente fra i mercanti d’antiquariato in particolare di nuova generazione e di provincia (anche se è malsano e ingiusto generalizzare, naturalmente). Talché è anche lecito osservare che l’antiquario in Centro a Milano o a Roma ha il diritto (per mere questioni di spese vive e reali) di vendere oggetti in proporzione più costosi rispetto ai medesimi offerti da chi apre tre luci a Trebaseleghe o Sassoferrato. E ciò si deve solo a questioni banalmente economiche che ognuno di noi, che abbia un’attività commerciale in una Città densamente popolata o in un paese di 10.000 abitanti, conosce perfettamente.

Una coppia di amici, giustamente orgogliosa, mi invita ad ammirare due pezzi en suite di cassettoni lombardi di fine ‘700, nello stile elegante e severo del Luigi XVI, appena acquistati da un antiquario di fiducia. L’acquisto è corredato di articolata descrizione storico-valutativa scritta (dell’antiquario). Osservo il gradevole duo nei consueti dettagli della lastronatura in noce con le filettature in legni di frutto. La costruzione è perfetta, la superficie – per il mio gusto – troppo lustra da una mano di vernice che ha cancellato la patina del tempo, ma questo purtroppo è un costume che, almeno sino a qualche anno fa, andava per la maggiore (in particolare per la presentazione dei “quadrifogli” genovesi), costume che, grazie al Cielo, va lentamente scomparendo, ma è ancora molto apprezzato.

Poi passo all’esame della struttura interna e mi si rizzano letteralmente i capelli in capo. Lo “scheletro” del mobile è frutto di ricostruzione, in parte con legni antichi in parte con legni più recenti adattati alla necessità. E la ricostruzione non è neppure delle migliori, con sezioni tagliate con sega a nastro di un’evidenza sconcertante, colle chimiche che di antico (vecchio, piuttosto) hanno forse al più il pennello che le ha tirate, chiodi e viti che brillano per la loro recente estrusione dalle fornaci industriali che li hanno prodotti.

L’antiquario, con l’aiuto di un restauratore, ha ricomposto “nello stile di” una coppia di mobili dei quali forse originale era solo la parte esteriore e poco altro, probabilmente salvata da un mobile antico e poi riassemblata su una struttura ricostruita nelle proporzioni canoniche a riprendere il neoclassicismo lombardo.

Sgomenta non so che fare, e la questione si complica assai, allorquando gli amici, che si avvedono della mia perplessità, mi svelano il costo dell’ensemble, eccessivo anche se i due mobili fossero stati “buoni”.

Non procedo con la descrizione del fatto perché qui non interessa (se non che posso dire che il prosieguo mi procurò molti guai e notevole imbarazzo), ma la realtà era solo una: quei mobili – pur molto gradevoli – potevano essere considerati, per il poco materiale originario rimasto integro (e quel poco, fra l’altro, deprivato della sua patina…), come fossero repliche in stile, o poco, davvero poco, più.

Onore agli amici che desideravano circondarsi lecitamente di oggetti antichi di gusto e di carattere, ma reprimenda per la fretta con cui vollero concludere l’ “affare” temendo che mobili del genere, sicuramente decantati come unici e appetiti da moltissimi (il che non è mai, purtroppo, vero, oggigiorno) sarebbero stati “soffiati” in un battito di ciglia. Sarebbe bastata una rapida consultazione con qualche catalogo d’asta per rendersi conto comunque della discrepanza di valore (al “buono”) fra la richiesta dell’antiquario e l’offerta media sulla piazza del mercato ufficiale, ma ci sarebbe voluta la consulenza – per chi non ha dimestichezza con il particolare – di un esperto per non subire un così umiliante (per tutti, credetemi) abbaglio.

Neanche il malcapitato “perito” scopritore dell’inganno guadagna in questi casi: lo smacco è talmente cocente da sentirsi quasi in colpa per aver smascherato l’inganno. Tanto che – da allora – ho sempre cercato di evitare di fornire pareri ad amici soprattutto ad acquisto già avvenuto.

Le due regole auree, in particolare per quanto riguarda l’acquisto di oggetti di antiquariato, che – contro ogni corrente di pensiero attuale – consiglio vivamente di riprendere in considerazione, ossia “acquistare ciò che si conosce” e “verificare il costo del bene con esemplari omologhi per periodo storico, stile, materiali in cataloghi di aste pubbliche”, sono sempre da tenersi ben presenti e da praticare con costanza. Neanche quando si muore dalla voglia di possedere quel gioiello di cartagloria sansovinesca di cui proprio è impossibile fare a meno…

Io spero ancora che queste brame trovino sempre più ascolto perché tutti noi (collezionisti, semplici amatori o cittadini italiani tout court) ne guadagneremmo infinitamente. E non solo in termini di investimento economico.

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Per contattare l’autrice di questi contribuiti, potete scrivere a:

mg@mercatiefuturo.com

BUONA PASQUA!