Arte e antiquariato: i consigli di Cristiana Curti per gli acquisti
In attesa di tornare ad aggiornare il blog sui consueti argomenti legati soprattutto ai mercati delle materie prime e dei cambi, siamo lieti di ospitare un nuovo articolo dell’amica Cristiana Aspesi Curti, esperta d’arte e antiquariato e consulente dei nostri clienti per gli investimenti in tali settori, in qualità di beni rifugio.
Il pezzo fornisce utili consigli e suggerimenti pratici, soprattutto per coloro che desiderino avvicinarsi ai mercati di arte e antiquariato. Per contattare l’autrice potete scrivere a mg@mercatiefuturo.com
Della stessa autrice, nel nostro archivio potete leggere:
Arte e antiquariato, investimenti alternativi?
Come investire in arte: le domande più frequenti
CONSIGLI PER GLI ACQUISTI
Ovvero: la cultura riaccende l’appetito di conoscenza e di competizione, l’ignoranza deprime anche coloro che desidererebbero elevarsi
di Cristiana Curti
Nasce da un’amabile conversazione con veri appassionati della materia in un pomeriggio già afoso di giugno questo breve pezzo di introduzione alle “modalità di avvicinamento” all’oggetto d’arte da parte dell’utenza contemporanea. Un’utenza che da una trentina d’anni a questa parte ha dimenticato le radici della nostra tradizione artistico-antiquariale, complice senza dubbio il mutato costume d’arredo dei nostri appartamenti (e non in virtù di minor disponibilità finanziaria, anzi) che predilige il divanone raso-terra-strappa-gambe (peraltro, costosissimo) della nota Azienda di design lombardo al salottino barocchetto che forse non predispone alle interminabili serate davanti alla tv, ma favorisce invece la conversazione fra amici, checché se ne pensi. E, comunque, anche il sofà della nonna o le poltroncione orecchiute fine Ottocento oggi si ricordano con grande affetto, soprattutto nella zona lombo-sacrale delle nostre martoriate, ma modernissime, schiene.
Fuori dallo scherzo (che purtroppo, scherzo non è, perché presume il colpevole abbandono di una tradizione culturale, ricca o meno abbiente, borghese o contadina, che dava al mastro d’ascia, al decoratore e al tappezziere la palma di un’inventiva che il tempo e la nostra stoltezza hanno quasi del tutto cancellato), l’abbandono progressivo del concetto di casa borghese come tempio del (buon) gusto costituito di oggetti e di arredi che oggi cozzano contro una nudità estetica opprimente e un minimalismo che piace solo a chi non ha alcuna cultura di décor (per la quale spesso ci si trova a pagare un anonimo consigliori che tenti di colmare lacune ormai incolmabili), tale abbandono – dicevo, perdendomi nelle mie mille ipotattiche – ha trascinato seco un vuoto di sapere (di sapienza) che era invece tipico dell’Italiano medio, anche del più modesto, il quale, favorito dagli Dei e dalla sua Storia culturale ricca e straordinariamente feconda, ha sviluppato nei secoli – anzi nei millenni – un sapere che abbiamo disperso in un giro di generazione.
E così, a Murano, chiudono le Vererie storiche, ormai del tutto abbandonate o tralocate in terra ferma (e vendute alla consueta multinazionale del lusso), anche perché le straordinarie sabbie che caratterizzavano la più grandiosa, raffinata e pura produzione di vetro al mondo sono state dissennatamente consumate con lo sfruttamento industriale a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo. Si perdono i saperi, le capacità, i segreti che non avremo mai più e non saranno più parte della nostra storia artistica, così come delle vetrine nei centri agghindati delle nostre ancora ricche città.
Si chiudono nel disonore le Aziende storiche che nel ‘700 costruirono nel mondo la nostra fama di innovatori anche nelle tecnologie e nelle manifatture (oltre che nell’arte) della ceramica e della porcellana, per cui, ad esempio, in quel di Sesto Fiorentino, il marchio, che ogni famiglia desiderava per arredare le proprie mense e per rivestire le proprie sale da bagno, le cucine e a volte anche i muri esterni dei propri stabili, sta morendo d’incuria e speculazione, tanto che le pregiate porcellane e terraglie, prodotte solo in terra italiana con procedure che ancora oggi (oggi!) sono all’avanguardia, hanno perso il loro lucore imbastardendo le polveri e le miscele con terre di Romania e d’Indonesia. Per non parlare delle “nuove” maestranze, che sono solo la pallida ombra (senza colpa per nessuno dei poveri interessati attirati da un guadagno che per noi sarebbe inaccettabile, ma in quelle terre lauto) delle nostre coltissime esperte di forni, di plastica, disegno e decoro, progetto…
Tutto ciò mentre nelle aste italiane e straniere pezzi di paradisiaca fattura veneta o toscana vengono battuti – fra gli innumerevoli falsi in circolazione – a cifre iperboliche (e destinate a costante crescita), già specchio tristissimo di un’arte perduta per sempre e non più viva nel ricordo dei più, ma solo in quello dei pochi estimatori.
Cosa ci è accaduto? Cosa abbiamo fatto per abbandonare in poco tempo la consuetudine con la consapevolezza di ciò che ci caratterizzava come la più importante “manifattura artistica” al mondo nel settore di lacche, mobilio, argenti, vetri, ceramiche, lavorazione dei coralli, tessuti e quant’altro possa essere annoverato nell’immenso catalogo delle arti decorative per cui eravamo indiscussi primi e oggi non siamo più nessuno, fatto salvo per l’idea di un design che dopo i primi vent’anni di clamore (a seguito di un periodo postbellico di vera, ottima progettualità) sta già appannando la propria immagine?
Dietro a quale miraggio di modernità insulsa da imbottiti in materiale sintetico e stoffa da quattro soldi fatta passare per alta tappezzeria (e fatta pagare di conseguenza) ci siamo inlabirintiti per dissipare secoli di sapienza che era – a vari livelli – distribuita in ogni casa?
Questa lamentatio non è fine a se stessa. E’ piuttosto solo il prodromo per tentare di dare spiegazione del nostro odierno comportamento di fronte all’acquisto di un oggetto d’antiquariato, aldilà di ogni considerazione sulle leggi italiane che lo definiscono come “indicatore di patrimonio” (il che sarebbe ben vero, se non che ciò nasconde quella presunzione di colpevolezza che bisogna temere solo perché si continua a coltivare un sano desiderio e una sana passione per le cose belle e “nostre” – o anche altrui, il che fa lo stesso -).
Come ci si avvicina all’oggetto d’arte, calcando le passatoie delle fiere di settore, entrando con reverenza nel negozio dell’antiquario fidato (ma questa fiducia da chi proviene, dall’amico che, come noi, poco conosce)? Qual è lo spirito con cui ci apprestiamo pur tuttavia a ritenere che quella bellissima coppia di vasi di Sévres sarebbe perfetto arredo di compimento per un caminetto dalle linee architettonicamente attualissime ma troppo algide? O che quel bronzetto padovano del ‘500 si presterebbe perfettamente a impreziosire la nostra noiosissima scrivania-linee-pure?
Con una deferenza che ostenta ignoranza come fosse un’arma, una deferenza che dovremmo iniziare a perdere, paradossalmente proprio nel rispetto di ciò che desideriamo e della nostra Storia, oltre che del nostro portafogli.
Difatti, questa fu proprio l’obiezione da cui scaturì questa conversazione – che, come tale, si mantiene, alla faccia dei modi consoni alla scrittura sul web. Se il pubblico rimane ignorante, il mercante prospera. E invece, al contrario, non c’è aria più magra di questa che oggi respiriamo: allorquando senza pubblico e collezionisti e conoscitori e amanti della tradizione delle arti decorative, il mercato “buono” langue, gli scambi muoiono e i falsi impazzano nelle mani dei truffatori, che sono moltiplicati tanto quanto gli esperti veri hanno deposto le armi, privati della prima gioia dello scambio dell’opera d’arte (pur con profitto, ci mancherebbe, ma – in genere – garantito per entrambi i contraenti).
Perché mai dovrei oggi vendere la mia magnifica ribalta a urna lombarda per una cifra che mai più me ne farebbe ritrovare una simile (si consideri comunque, oltre alla rarità degli scambi, la forbice fra l’acquisto e la vendita di uno stesso oggetto d’arte)? Piuttosto, se posso, me la tengo stretta e ben sepolta in casa e cerco anche di non farne troppa pubblicità nel timore che mi si ascriva un benessere che dovrò poi quantificare in altra sede, come se il mio antico e nobile contenitore, prodotto di inarrivata ebanisteria, possa essere considerato – mi perdoni il caro amico Mario che mi ospita – un pacchetto obbligazionario come un altro o una vettura di lusso.
Il mercato dell’antiquariato, che in altri Paesi d’Europa e d’Occidente, per non parlare dell’Oriente, ha solo e se mai avuto una lievissima flessione se non addirittura un incremento nei numeri relativi e generali, da noi è praticamente defunto, ammorbato dal disinteresse delle generazioni “minimaliste” prima e dall’ignoranza colpevole poi. Nel frattempo, per i pochi che ancora venivano attratti dall’oggetto antico, floribundavano i truffatori e i compositori di falsi expertises tali per cui quel modesto quadretto di genere ottocentesco diventava “sicuramente” di mano di un Fattori alle prime armi o un Gignous alle ultime.
La prima regola sia: si compri quel che si conosce e non si sarà mai truffati neanche mediante quei mezzi raggiri degli oggetti ricomposti con elementi moderni (che raggiri potrebbero non essere, se denunciati e di prezzo compatibile con il bene in vendita, il che è legittima operazione).
La seconda: si provi a confrontare l’oggetto dei propri desideri con uno di fattura e provenienza omologa passato di mano all’incanto attraverso la consultazione anche su internet del vastissimo materiale pertinente nelle aste pubbliche che chiunque è in grado di reperire con un poco di pazienza. E’ bene ricordare che – per il mercato da sottobosco clandestino dell’arte, qual è il nostro, anche per colpa di leggi inique e cieche e soltanto italiche – gli unici valori ufficialmente accreditati non sono quelli dei mercanti ma quelli degli auctioneers. Se il valore dell’aggiudicazione è compatibile (difficilmente sarà equivalente, il più delle volte l’incanto offre occasioni migliori per l’acquirente d’arte, ma bisogna conoscere bene l’item per cui si spasima) con il prezzo proposto dall’antiquario, l’acquisto merita di essere considerato, ma si dovrà fare ancora attenzione ai particolari che sono fondamentali nella valutazione di un pezzo d’antiquariato.
Sono obbligata a fare un esempio concreto di non più di una decina di anni fa, proveniente dalla mia esperienza lavorativa, che illustra un comportamento purtroppo non infrequente fra i mercanti d’antiquariato in particolare di nuova generazione e di provincia (anche se è malsano e ingiusto generalizzare, naturalmente). Talché è anche lecito osservare che l’antiquario in Centro a Milano o a Roma ha il diritto (per mere questioni di spese vive e reali) di vendere oggetti in proporzione più costosi rispetto ai medesimi offerti da chi apre tre luci a Trebaseleghe o Sassoferrato. E ciò si deve solo a questioni banalmente economiche che ognuno di noi, che abbia un’attività commerciale in una Città densamente popolata o in un paese di 10.000 abitanti, conosce perfettamente.
Una coppia di amici, giustamente orgogliosa, mi invita ad ammirare due pezzi en suite di cassettoni lombardi di fine ‘700, nello stile elegante e severo del Luigi XVI, appena acquistati da un antiquario di fiducia. L’acquisto è corredato di articolata descrizione storico-valutativa scritta (dell’antiquario). Osservo il gradevole duo nei consueti dettagli della lastronatura in noce con le filettature in legni di frutto. La costruzione è perfetta, la superficie – per il mio gusto – troppo lustra da una mano di vernice che ha cancellato la patina del tempo, ma questo purtroppo è un costume che, almeno sino a qualche anno fa, andava per la maggiore (in particolare per la presentazione dei “quadrifogli” genovesi), costume che, grazie al Cielo, va lentamente scomparendo, ma è ancora molto apprezzato.
Poi passo all’esame della struttura interna e mi si rizzano letteralmente i capelli in capo. Lo “scheletro” del mobile è frutto di ricostruzione, in parte con legni antichi in parte con legni più recenti adattati alla necessità. E la ricostruzione non è neppure delle migliori, con sezioni tagliate con sega a nastro di un’evidenza sconcertante, colle chimiche che di antico (vecchio, piuttosto) hanno forse al più il pennello che le ha tirate, chiodi e viti che brillano per la loro recente estrusione dalle fornaci industriali che li hanno prodotti.
L’antiquario, con l’aiuto di un restauratore, ha ricomposto “nello stile di” una coppia di mobili dei quali forse originale era solo la parte esteriore e poco altro, probabilmente salvata da un mobile antico e poi riassemblata su una struttura ricostruita nelle proporzioni canoniche a riprendere il neoclassicismo lombardo.
Sgomenta non so che fare, e la questione si complica assai, allorquando gli amici, che si avvedono della mia perplessità, mi svelano il costo dell’ensemble, eccessivo anche se i due mobili fossero stati “buoni”.
Non procedo con la descrizione del fatto perché qui non interessa (se non che posso dire che il prosieguo mi procurò molti guai e notevole imbarazzo), ma la realtà era solo una: quei mobili – pur molto gradevoli – potevano essere considerati, per il poco materiale originario rimasto integro (e quel poco, fra l’altro, deprivato della sua patina…), come fossero repliche in stile, o poco, davvero poco, più.
Onore agli amici che desideravano circondarsi lecitamente di oggetti antichi di gusto e di carattere, ma reprimenda per la fretta con cui vollero concludere l’ “affare” temendo che mobili del genere, sicuramente decantati come unici e appetiti da moltissimi (il che non è mai, purtroppo, vero, oggigiorno) sarebbero stati “soffiati” in un battito di ciglia. Sarebbe bastata una rapida consultazione con qualche catalogo d’asta per rendersi conto comunque della discrepanza di valore (al “buono”) fra la richiesta dell’antiquario e l’offerta media sulla piazza del mercato ufficiale, ma ci sarebbe voluta la consulenza – per chi non ha dimestichezza con il particolare – di un esperto per non subire un così umiliante (per tutti, credetemi) abbaglio.
Neanche il malcapitato “perito” scopritore dell’inganno guadagna in questi casi: lo smacco è talmente cocente da sentirsi quasi in colpa per aver smascherato l’inganno. Tanto che – da allora – ho sempre cercato di evitare di fornire pareri ad amici soprattutto ad acquisto già avvenuto.
Le due regole auree, in particolare per quanto riguarda l’acquisto di oggetti di antiquariato, che – contro ogni corrente di pensiero attuale – consiglio vivamente di riprendere in considerazione, ossia “acquistare ciò che si conosce” e “verificare il costo del bene con esemplari omologhi per periodo storico, stile, materiali in cataloghi di aste pubbliche”, sono sempre da tenersi ben presenti e da praticare con costanza. Neanche quando si muore dalla voglia di possedere quel gioiello di cartagloria sansovinesca di cui proprio è impossibile fare a meno…
Io spero ancora che queste brame trovino sempre più ascolto perché tutti noi (collezionisti, semplici amatori o cittadini italiani tout court) ne guadagneremmo infinitamente. E non solo in termini di investimento economico.
Cristiana Aspesi Curti
Cristiana Aspesi Curti: laureata in numismatica greca a Venezia, collaboratrice di case d’Asta e giornalista sui temi di arte, arti decorative, collezionismo e mercato. Perito d’arte moderna, archeologia e antiquariato presso la Camera di Commercio di Venezia. Collaboratrice di www.mercatiefuturo.com curato da Mario Galli e www.arslife.com, diretto da Paolo Manazza (editorialista del Corriere della Sera ed esperto di mercato dell’arte).
